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RadioTreccia Ischia
17 agosto2009
di Giorgio Di Costanzo
Martedì 18 agosto
su Radiotreccia
ore 11 (in replica alle 23)
Gli insetti
preferiscono
le ortiche.
Donne in poesia.
a cura di gdc e Maria D'Ascia

Marina Mariani
Tu tieni la matassa io arrotolo il filo
questa immagine vecchia forse è antica
forse siamo le Parche
Tu corri per le strade io sto a casa e t’aspetto
lontano c’è il mare e ci sono isole
che forse è inutile cercare
Sto diventando cieca mentre il mondo è più chiaro
mi tiro dietro le nuvole come aquiloni
così tutto s’annera
mentre le donne volano sopra le nuvole guidando aeroplani
Chi può dire se siamo alberi o passeri
chi può dire se siamo
montagne o fiumi
Quando eravamo bambini c’insegnarono le parole
e adesso con le parole costruiamo case di sabbia
ripari esposti al vento – provvisori
fino all’assoluta stabilità
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A mia madre
"È una giornata da arcobaleno" - sollevando il capo,
lasciava che lo sguardo vagasse
tra le nuvole, alla ricerca.
Le mani reggevano una stoffa
- un lavoro di cucito, ma non
certamente impegnativo: di quei lavori
ripetitivi che noi donne facciamo
quando la vita ci minaccia oscuramente.
Piove dalla mattina, e un rimbombo
di tuono m'ha sorpreso,
rimandandomi a pensieri di deflagrazioni,
di minacce. Ma da lontano
giungono le parole: risuonavano a quel tempo
in una stanza tappezzata di verde,
verde stinto, ingrigito. Con lei
spiavamo nel cielo l'apparizione dei colori,
contenti della pausa
che faceva per noi. Al di là del vetro
una valle s'apriva, e all'orizzonte
i contorni dei monti disegnati
ci proteggevano se lei
accanto alla finestra, fermato
per un momento il lavoro d'ago, guardava il cielo e parlava a noi.
I miei amici
non mi cercano, non m’invitano a pranzo,
non mi telefonano mai;
non mi mandano auguri per Natale,
ma sono miei amici.
Non mi fanno regali,
non m’aiutano a vivere
con raccomandazioni o altre cose;
ma mi aiutano a vivere
perché sono miei amici.
Noi non c’incontriamo in piscina,
non combiniamo le vacanze insieme,
non facciamo progetti di lavoro.
Non ci portiamo scambievolmente le sigarette
né la busta del latte
quando l’altro è ammalato;
nn ci raccontiamo i reumi e le tasse.
Non facciamo carezze d’amore
né di solidarietà
né di pietà.
Pure – bisogna dar credito
al prodigio; e la geometria
non è favola –
le nostre esistenze parallele
s’incontrano in un punto
all’infinito.
Per anni ho atteso un tuono,
ne calcolavo il rombo:
fortissimo, assordante.
Ora è venuto: è un fremito
così leggero, che appena l'avverto.
Certo fa più rumore
quel fiocco di neve che cade
mollemente sul parabrezza.
Ai bambini 1971
così eleganti nei loro costumi da tennis
e così efficienti - a scuola gli insegnano anche a costruire
un portamatite o un portasale -
bisogna pure cercare di spiegare
i nostri corpi maldestri
che vivono a fare.
Vorremmo dire che la poesia
è un granaio d'oro
dove il seme s'ammassa;
ma poiché
il granaio è parola del passato,
l'ammasso ricorda la guerra
e l'immagine nel complesso
la battaglia del grano,
scegliamo una metafora più seria.
A questi bambini
cresciuti coi formaggini
diciamo che noi facciamo
dadi per brodo, cubi
di concentrato.
Tra chi dice che tutto cambia
e chi dice che l'essenziale
non è mutabile, e mai
muterà,
il colloquio non è impossibile,
la discussione si può fare.
Bisogna solo lasciare a casa i fucili,
sedersi sul sedile di pietra
sotto l'albero di fico,
bere ogni tanto un bicchiere di vino,
distrarsi all'andirivieni
del cane bracco o pointer,
o al canto d'un uccello,
all'odore di mosto o di sterco
o di mentuccia.
Alla fine ci si saluterà
con una stretta di mano
(non è poi tanto grave,
il cimitero è piccolo e bianco
e intorno giocano i bambini).
I bossi
L'invidia che oggi sento
per i poeti neoclassici
se l'analizzo, vedo:
è per il mondo di bossi
di lauri di cipressi
comunque di sempreverdi
(magari sempremorti
ma infine — sempre)
Quale onore
Se pure qualcuno vorrà tenere il mio libro tra i suoi
il mio libro - bambino che non ho fatto nascere
quale onore sarebbe per me se il mio bambino
mai nato avanzasse tra i sorrisi
e il chiacchierio educato e invitante
Lui intimidito raccogliendo quel poco coraggio
che la confusa madre gli seppe dare
nelle rare parentesi di luce
avanzerebbe - io credo - con la luce
avanzerebbe - io credo - con la luce
fino al posto assegnato
in mezzo agli altri libri suoi fratelli
maggiori
L'investitura
.....
..............immensa gratitudine alla vita
............che ha conservate queste care cose
.........................................................Umberto Saba
Non affinchè restiate
eterni, o solo a lungo.
Ora so che non la durata
volevo, ma l'Investitura.
Perché la vostra speciale
dignità, ve l'ho data io.
Io che non sono nessuno,
come Emily ben sa,
col diadema sto sul trono
quando a voi conferisco Dignità.
E silenziosamente m'acclamate
Regina. Siete in tanti,
adesso che sono vecchia
ad uno ad uno vi posso
guardare, e riconoscere. Da voi
ricevo senza paura
la gloria che da bambina
vedevo. Conoscevo
il mio compito, e sapevo che alla fine
ce l'avrei fatta. A mio modo,
senza regole, ho voluto stare
con le poesie, nel verso: col mio
ritmo.

In attesa di me stessa
Si snoda proprio con l'andamento rilassato e ironico, con la ragionata lentezza di una intelligente conversazione, condotta con agio attraverso gli eventi e le molte figure di una lunga vita, la raccolta di versi di Marina Mariani, La conversazione, finalista al premio Viareggio 1999. Esordire in poesia a settant'anni non è da tutte, anche se la poesia è stata compagna dell'esistenza e se il primo vero libro viene preceduto da tante apparizioni su ottime riviste (La fiera letteraria, Nuovi Argomenti, Paragone, Linea d'Ombra), dall'attenzione di critici importanti, dall'inclusione nell'almanacco Poesia tre (Guanda, 1981) e nel volume Nuovi poeti italiani (Einaudi, 1982). Marina Mariani è nata nel 1928 a Napoli ma vive fin dal 1936 a Roma, dove si è laureata in Filosofia dopo il liceo e due anni di Fisica; ha lavorato a lungo alla Rai tenendovi un ufficio di corrispondenza con gli ascoltatori e curando programmi culturali per Radio Tre. Suoi estimatori sono Alfonso Berardinelli, che l'ha recensita su Liberal (n. 54), l'ha presentata al Teatro dell'Orologio a Roma lo scorso marzo e l'ha inclusa in una sua personale antologia di poeti prediletti, Filippo La Porta, e Sara Zanghì, che l'ha segnalata su Noi donne. Queste figure di critici e lettori, sorridenti appassionati sommeliers della sua poesia, diventano poi, o sono ab initio, anche suoi amici. Dell'amicizia lei ha un senso molto alto che confida in una leggerezza rara, come si vede in una delle poesie più citate, I miei amici, presente tra l'altro in un'antologia per le scuole: «I miei amici / non mi cercano, non m'invitano a pranzo, / non mi telefonano mai; / non mi mandano auguri per Natale / ma sono miei amici...». C'è un mistero attorno a questi versi, al tempo stesso narrativi e metafisici - sembrano cioè riferirsi a un lontano passato e anche alludere a un probabile, astruso futuro, scritte come sono al margine d'un personale "orizzonte degli eventi", quella linea da cui le stelle che implodono in buchi neri mandano la stessa luce...
La poesia di Marina, con una sorta di docile e puntigliosa lentezza come d'una bambina ostinata a farsi capire a ogni costo, suggerisce che un poeta non può vivere sbadatamente. Mentre vive scrive, scrive cioè anche la sua vita. Tutto diventa scrittura, ogni parola detta o pensata o trattenuta. Ogni telefonata.
Le chiedo qual è stato il senso della sua vita in tutti questi anni in cui era un poeta oscuro. La poesia era per lei una forma di autoanalisi, una compagnia, una filosofia?
«Di quello che mi chiedi so poco. Ma qualcosa certamente posso provare a dire guardando indietro: è passato tanto tempo da quella prima pubblicazione sulla Fiera Letteraria. Ti ricordi il sogno di Elisa in Menzogna e sortilegio? Mi sentii accolta, come Elisa, da una città in festa: "Ma come? Non sapete perché si fa festa oggi? Perché è arrivata Elisa!". Forse a te, che mi incontri adesso, parrà strano ma io non mi sono mai sentita fuori da quello che consideravo il gruppo, la famiglia, se ti piace la categoria - non piace a me - di coloro che leggono e scrivono poesie. Certo è stato più emozionante, per me, leggere le poesie che scriverle. Io non ho letto "tutte le poesie" ma di quelle che ho letto molte le so a memoria, mi piace recitarle. Però, dici tu, hai scritto, hai continuato. È vero. Autoanalisi, compagnia, filosofia? Wislawa Szymborska ha detto molto bene: "... il poeta rimane in silenzio, in attesa di se stesso, davanti a un foglio di carta ancora non scritto". Forse ho voluto, ho saputo, non ho potuto fare a meno di rimanere così a lungo "in attesa di me stessa", senza aggettivi qualificativi. Lasciando, come dice Emily Dickinson, "l'anima socchiusa"».
Con quale criterio ha scelto i versi da inserire ne La conversazione nella marea di testi che, presumo, si era nel frattempo accumulata?
«Vedi, rimanendo così a lungo "in attesa di me stessa", ero divorata dalla curiosità, mi si affollavano dentro tante domande: ebbene, ogni volta che una poesia era fatta, una domanda, almeno una, era formulata in modo meno oscuro, un po' più precisamente. Ma per fare questo io non sono rimasta, come dice Szymborska, davanti a un foglio di carta ancora non scritto". Sono andata in giro a guardare, ad ascoltare, ho ficcato il naso dove potevo. Per La conversazione ho scelto le poesie che più testimoniano questo girovagare. Nel presentare il libro, Giulio Cattaneo ha notato "la ricchissima varietà dei motivi: si va da scene colte all'aperto, incontri casuali, sogni, a rapporti con gli amici, a figure misteriose uscite da storie e leggende, all'attesa di una invitata, cani e gatti, le carte da gioco, sprazzi di memorie infantili, i giochi e le feste, gli astronauti, l'attenzione ai giovani e ai bambini, le visioni e le fantasie cosmiche..." Vedi che succede a "rimanere in attesa di se stessi" lasciando "l'anima socchiusa"? Un bailamme. È un rischio, un rischio del quale sono ben cosciente. Il rischio che nel corso di questa bella avventura ti si presenti davanti, come in uno specchio, qualcuno che è ben diversa dall'Elisa accolta da una città in festa».
Sappiamo che sta preparando il prossimo "libro-bambino"? Come lo sogna, come lo vede?
«La conversazione, come io ho provato a farla, con i miei amici, così a lungo, non nasce per caso. Forse gli argomenti, l'approccio, l'incontro stesso, nascono soltanto se prima c'è stato qualcos'altro. Se ci sarà un secondo libro, vorrei che desse conto di questo altro momento. Come lo vedo? Come quando da bambina giocavo a mettere insieme i blocchetti di legno per costruire case e piazze, o con le carte da gioco per fare i castelli, ben. sapendo che le case sarebbero presto crollate e i castelli rasi al suolo. "Case di sabbia, ripari esposti al vento, provvisori", ho scritto in una poesia. Quello che conta, mi pare, è continuare a formulare le domande finché le sentiamo. Pazientemente».
(da "Leggendaria–2000"
Recensione del libro La Conversazione con intervista a Marina Mariani
di Gianna Sarra)
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